L’ultimo viaggio

Scongiuri e rituali scaramantici accompagnano da sempre il passaggio di un carro funebre, anche tra i meno superstiziosi.

Malgrado secoli di progresso e scoperte scientifiche, il tabù della morte continua ad essere profondamente radicato nella nostra società. Molte le leggende, i gesti e le credenze collegate al simbolo funereo per eccellenza.

In effetti, la semplice vista di un carro funebre può suscitare molte emozioni e interrogativi riguardo la transitorietà dell’esperienza umana. Sappiamo tutti di andare incontro a un destino inevitabile, ma manteniamo quella verità nascosta nel profondo dei nostri cuori. Trascorriamo ogni giorno della nostra vita alla ricerca della felicità. Ma un carro funebre ci ricorda un appuntamento ineluttabile.

Memento mori
(“ricordati che devi morire”) è stato il mantra della religiosità medievale. Non è un caso se fu adottato come motto dai frati trappisti: i monaci ripetevano continuamente tra loro la frase, scavando poco per volta ogni giorno, la fossa destinata ad accoglierli con lo scopo di avere sempre presente l’idea della morte e quindi il senso della vita destinata a finire.

Gli stessi rituali scaramantici in uso tutt’oggi, risalgono ai Secoli Bui. Non è insolito vedere, al passaggio di un carro funebre vuoto, rallentamenti o superamenti tra auto per precederlo. Il motivo storico dell’associazione del carro funebre al malaugurio risale al periodo della peste nera, quando i carri giravano per le città raccogliendo i deceduti. L’arrivo dei carri vuoti creava nei quartieri uno scompiglio straziante e faceva pensare ai vivi che presto sarebbe potuto toccare a loro. Lo scongiuro era quello di fare le corna con le mani e toccare ferro. Col tempo i cavalli si trasformarono in macchine, ma le storie non cambiarono.

Se incrociare un carro funebre può infondere inquietudine, trovarne uno abbandonato con tanto di cassa mortuaria, è un’esperienza che può lasciare sgomenti.

Non si tratta del set di un film horror, né di uno allestimento per Halloween. Il carro funebre d’epoca, rinvenuto nelle campagne laziali, fa qui sfoggio da una decina d’anni per motivi tutt’altro che luttuosi. La Fiat 2300, risalente agli anni ’60, fu acquistata infatti per poter essere restaurata e possibilmente impiegata nel campo cinematografico o in altre attività alternative. La cosa davvero inaspettata, è che al suo interno ospita ancora il feretro ligneo che ha accompagnato il defunto verso la sua destinazione finale. La cassa, leggermente sollevata, lascia intravedere l’imbottitura in seta bianca, ormai consumata dal tempo.

Nessuno si è preso più la briga di restaurare il mezzo, avvolto dai rovi e logorato dalla ruggine che lo sta consumando pezzo dopo pezzo. Degna metafora dello scorrere del tempo, che condanna ogni cosa al suo destino terreno.

 

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Fotografa professionista, esploratrice incallita e amante della storia e delle storie che anche il rudere più anonimo può raccontare. Profilo Facebook : LINK

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