Cave Bellucci: le vecchie miniere del Soratte

Meta di scampagnate fuori porta per i romani in cerca di evasione nel fine settimana, il Soratte ha ospitato anche il primo e unico stabilimento produttivo di Sant’Oreste.

Molti sapranno che il monte alle porte di Roma vanta una storia secolare, di cui gli eremi e il bunker sono una testimonianza preziosa. Pochi sanno però che il Soratte custodisce quel che resta della vecchia miniera Bellucci, che ebbe una grande importanza nell’economia del paese per almeno tre decenni.

La prima cava, la cava grande, venne realizzata intorno agli anni ’50. Nel decennio successivo si rese necessario l’ampliamento dell’area con l’apertura della seconda cava nello spazio sottostante. I lavori vennero però interrotti nel 1967 con il verificarsi del collasso della parete rocciosa che provocò la voragine della grotta di Santa Lucia. I minatori, in quel momento, si trovavano al lavoro a pochi metri sopra la stessa e per puro caso non precipitarono all’interno.

Dopo questo episodio iniziarono i lavori per la realizzazione della terza cava, quella dell’anfiteatro, chiusa dopo pochi anni per il mancato rinnovo del contratto di estrazione.

La produzione della calce viva e raffinata andò avanti per diversi anni sul Soratte, seppur senza l’estrazione attiva da parte dei minatori, dato che la roccia veniva fatta arrivare dalla Sabina.

Nel corso dei decenni furono tantissimi i minatori che lavorarono instancabilmente in questa cava. In un periodo in cui le minime norme di sicurezza erano ancora un’utopia, non sorprende sapere che furono diversi gli incidenti avvenuti nella miniera.

Il minatore aveva un ruolo rischioso e di grande responsabilità: doveva calarsi lungo la parete rocciosa, effettuare un piccolo foro con la trivellatrice ed inserirvi polvere da sparo e detonatore. Una volta accesa la miccia doveva allontanarsi il più veloce possibile. Le detonazioni avvenivano due volte al giorno, precedute dal suono di un corno. Il minatore tornava poi sul posto per rompere e frammentare le rocce cadute.

L’unico incidente mortale fu quello accaduto a Terzino Pompili, colpito accidentalmente da un sasso staccatosi dalla parte alta della cava che, dopo averlo colpito alla testa, lo fece precipitare. A nulla valsero i soccorsi tempestivi dei colleghi: l’uomo giunse in ospedale già privo di vita.

Se nella parte alta della montagna, a ridosso della parete rocciosa, avveniva l’attività estrattiva, nei restanti impianti si provvedeva al processo di raffinazione, ventilazione e insaccamento.

Quando la pietra era ridotta a pezzi non più grandi di 40/50 cm di diametro, veniva caricata su un camion tramite una pala meccanica e portata alla tramogia che la riduceva ulteriormente. Tramite un nastro trasportatore, i pezzi venivano portati su una pedana vibrante con fori di diametri diversi, in modo da dividerle in base alle grandezze.

Mediante degli scivoli le pietre finivano all’interno di silos, dotati di botole con apertura manuale. Quando il camion doveva essere caricato con il materiale, il silos veniva aperto.

Gran parte delle strutture è ormai assediata dalla vegetazione: l’unico modo per vederle è uscire dal sentiero principale e inerpicarsi nel bosco, affrontando un dislivello scosceso. Anche dal punto di vista della sicurezza l’esplorazione non è facile. La grande precarietà strutturale rende, quel che resta delle miniere, a rischio crollo.

I macchinari arrugginiti e ancora sporchi di calce sono l’ennesima testimonianza di un passato di archeologia industriale sepolto da rovi e polvere.

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Fotografa professionista, esploratrice incallita e amante della storia e delle storie che anche il rudere più anonimo può raccontare. Profilo Facebook : LINK
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