Tra ruggine e ghiaia nel cementificio dismesso

“Il fatto di poter creare pietre fuse di qualunque forma, superiori alle naturali, poiché capaci di resistere a tensioni, ha in sé qualcosa di magico.”

Così Pier Luigi Nervi, maestro di architettura moderna, descriveva le potenzialità del cemento. Un materiale plasmato dalla pietra e dal fuoco, che si presta al genio umano per migliorare la qualità della vita.

Case, strade, ponti, dighe, ospedali, luoghi di culto nascono dalla creatività degli architetti e dalla capacità realizzative degli uomini, ma è grazie a questo straordinario materiale che tali opere trovano forma ed è sempre grazie a questo materiale che tali strutture, anche le più complesse, resistono stabili nel tempo.

Eppure, spesso è l’uomo stesso a condannare all’oblio le sue grandiose realizzazioni. In un’ex area produttiva rinomata per le tante cave e la produzione di materiali edili, il vecchio cementificio va ad allungare la lista delle fabbriche divenute relitti di archeologia industriale.

Il profilo di questa vecchia gloria industriale scorre ormai indifferente ai tanti pendolari che percorrono la vicina tratta ferroviaria che conduce alla capitale. Molti gli impianti produttivi dismessi negli ultimi 20 anni in questo territorio, e forse anche per questo lo sguardo vi si sofferma con disinteresse.

Si estende su un’area ampissima l’ex cementificio, articolato in cinque diversi edifici più altre strutture minori. L’estrazione delle materie prime avveniva probabilmente in loco, così come la prima frantumazione, necessaria per ridurne la pezzatura per agevolarne il trasporto nel centro di produzione.

Nel primo edificio vi sono tuttora gli impianti dove avveniva l’essiccazione e la macinazione. Qui le materie prime venivano miscelate ed eventualmente addizionate con correttivi per essere trasformate in polvere finissima e avviate a deposito sotto forma di farina omogeneizzata. Grandi cumuli di questa “farina cruda” giacciono ancora ai piedi dei macchinari, dove tutto è velato da un impalpabile patina biancastra.

La cottura avveniva nei forni del blocco adiacente, dove la farina raggiungeva una temperatura di quasi 1500°C per poi essere sottoposta ad un processo di raffreddamento. Molti forni traboccano ancora della farina pronta per essere stoccata.

Forti contrasti e netti giochi di luce animano poeticamente l’atmosfera pulviscolare del cementificio abbandonato. Nulla si sa della sua storia, né dei motivi che portarono al suo triste epilogo. Quel che è certo è che si è trattato di uno degli impianti più importanti della zona, ora condannato a scontare il suo triste destino tra ruggine e noncuranza.

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Fotografa professionista, esploratrice incallita e amante della storia e delle storie che anche il rudere più anonimo può raccontare. Profilo Facebook : LINK
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