Nell’idroscalo della Grande Guerra

Pur essendo il lago più grande del meridione, il lago di Varano non ha perso i suoi connotati selvaggi e incontaminati. Viene difficile credere che queste sponde cristalline furono scelte come zona militare strategica nel bel mezzo del primo conflitto mondiale.

In pieno 1915, l’area oggi divisa tra i comuni di Cagnano Varano, Carpino ed Ischitella, divenne infatti un’importante base aerea di difesa delle coste del basso Adriatico. Sul fronte opposto la zona nemica austriaca, con le isole Curzolane dove
erano appostati i militari dell’esercito austroungarico. La stazione di Varano era il baricentro perfetto tra i porti di Ancona e Brindisi, ed il suo contributo alla guerra fu indispensabile insieme a quello delle altre basi difensive di Brindisi, Otranto e Taranto.

In questo periodo l’idrovolante era ancora in fase embrionale, tanto che il primo volo, della durata di pochissimi minuti, si svolse solo pochi anni prima (1911). Questo recente prodotto della tecnologia si rivelò molto utile nei compiti di esplorazione, caccia, bombardamento e offesa antisommergibili.

La realizzazione dell’idroscalo fu lunga e problematica, e avvenne a più riprese in base agli ampliamenti dell’organico e delle funzioni. Le condizioni igienico-sanitarie, soprattutto ali inizi, erano a dir poco miserevoli. Ma non c’era solo la malaria a decimare centinaia tra piloti e marinai. Anche il destino aveva le sue tristi carte da giocare. Molti giovani piloti perirono cercando di compiere il proprio dovere: tra questi Ivo Monti, un ufficiale esperto, morto il 6 giugno 1918, durante una ricognizione aerea insieme a Riccardo Filibert. A lui, il cui corpo non fu mai ritrovato, fu intitolato l’idroscalo.

Dopo un breve periodo di stasi, la stazione venne riattivata negli anni della seconda guerra mondiale, con nuovi velivoli a disposizione degli uomini del cielo per soccorrere o colpire i bersagli nemici. Una volta venute meno le esigenze belliche, l’idroscalo venne rapidamente dimenticato.

I brusii della vita di reparto hanno lasciato il posto al “vociare” delle mandrie di bufale e tori, portate qui a pascolare dagli agricoltori della zona, anche loro noncuranti dei cartelli di divieto d’accesso nell’area militare. Una struttura imponente, per un totale di 17.700 mq, che si estende dalla sovrastante chiesa di Santa Barbara (attualmente in fase di ristrutturazione), fino alle caserme e agli uffici a ridosso della piana d’acqua.

Molti edifici, tra cui quello del corpo di guardia che era affidato ai Carabinieri, sono attualmente utilizzati come stalle improvvisate per il bestiame della zona. Eppure, in un estremo tentativo di non cancellarne la memoria, alcuni locali delle ex caserme sono stati recuperati come “museo di street art” grazie al contributo di Caktus & Maria Artwork, che richiamano giornalmente curiosi visitatori.

Il resto si riduce ad un cumulo di rovine, spesso non accessibili a causa del groviglio di rovi che le circonda. Santa Barbara, la protettrice delle forze aeree e navali che continua ad osservare l’idroscalo dalla cima, ormai non ha più nessuno a cui vegliare.

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Fotografa professionista, esploratrice incallita e amante della storia e delle storie che anche il rudere più anonimo può raccontare. Profilo Facebook : LINK

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