L’Anonima Sarda e il re delle scarpe

Una banda criminale, un sequestro milionario, una prigionia sofferta. Sembrano gli ingredienti di un thriller, eppure uno dei capitoli di questa storia si è svolta proprio in questa villa abbandonata nelle Marche.

Un luogo tutt’oggi carico di ricordi, che ha riempito a lungo le pagine di cronaca sul finire degli anni Settanta. Nel decennio degli anni di piombo e del banditismo, il fenomeno dei sequestri di persona divenne una vera e propria industria del crimine.

Tra le mura di questa villa ottocentesca andò in porto, nel 1977, il primo rapimento nelle Marche a capo dell’Anonima Sarda. La mano armata è quella della temuta banda di Graziano Mesina, che ha firmato numerosi rapimenti estorsivi tra gli anni ’60 e ’90, tra cui quello del piccolo Farouk Kassam, rapito a Porto Cervo nel 1992 e rilasciato a fronte del pagamento di un riscatto di 1 miliardo, a fronte dei 10 richiesti.

Costretti a incessanti spostamenti, vuoi per la perpetua condizione di latitanza, vuoi per l’incessante brama di “guadagno” che li spinge a guardare oltre i loro confini, Mesina e compagni non limitano le azioni banditesche alla terra dei nuraghi.

È nel 1977 che diventano protagonisti un capitolo a tinte fosche della cronaca marchigiana. A pochi passi dalla riviera marchigiana risiede M.B. con la sua famiglia, un 68enne industriale del settore calzaturiero molto noto anche fuori regione, tanto da essere definito uno dei re delle scarpe del triangolo calzaturiero marchigiano.

Dopo aver fatto fortuna nel suo paese natale nell’ascolano, con un’invidiabile catena di fabbriche e di attività imprenditoriali collaterali, decise di trasferirsi con la famiglia in questa splendida villa a due piani con vista sull’Adriatico. A fargli compagnia restava sua moglie Cristina, mente i figli avevano abbandonato il nido già da un po’.

L’uomo era stimato e amato da familiari, conoscenti e operai. Del resto era un imprenditore che si era costruto da sé, iniziando dalla classica gavetta come semplice operaio. Si fidava facilmente delle persone e pensava di non avere nemici, tanto da lasciare il cancello della sua casa aperto anche di notte.

Nel 1976 Mesina era da poco evaso dal carcere di massima sicurezza di Lecce con alcuni detenuti, ma la latitanza non gli impedisce di organizzare nuovi sequestri. La vittima designata per il 1977 fu proprio M.B., per il quale verrà richiesto un riscatto multimilionario.

È una fredda sera invernale, sono da poco passate le 21.30, quando sei persone incappucciate riescono ad accedere nella villa con l’inganno, facendosi aprire direttamente dalla padrona di casa. Cristina dapprima nega la presenza del marito in casa, ma non fa in tempo a rendere credibile la bugia che il consorte scende dal primo piano allertato dal trambusto, finendo in bocca ai rapitori.

La donna viene legata e imbavagliata, mentre il “commando” si dedica a un repulisti scientifico della villa, facendo incetta di gioielli, argenteria e denaro. Sotto la minaccia delle armi l‘anziano imprenditore viene trascinato all’interno di una 126, e portato al nord, senza che nessuno potesse avvisare tempestivamente le autorità.

Cristina riesce però a divincolarsi e a correre, ancora sotto choc, presso la stazione dei carabinieri del paese per denunciare il rapimento del marito. “È sofferente di cuore e pieno di acciacchi“, grida la donna in preda alla disperazione.

L’imprenditore ha una salute cagionevole e tutti sanno che non avrebbe potuto sopportare una prolungata e sofferente prigionia. La guerra dei nervi prosegue per altri quattro mesi, fra trattative ed estenuanti attese. Sul finire di marzo, la famiglia paga ai rapitori un sostanzioso riscatto di ben 750 milioni di lire. L’enorme somma, contenuta in due sacchi, viene consegnata dagli avvocati di M.B., direttamente ai banditi sull’autostrada Milano-Torino. Per farsi riconoscere, su indicazione della banda di Mesina, i legali della famiglia vengono costretti a legare una carrozzina per neonato sul tetto della macchina.

Tuttavia, da quel momento i contatti con i rapitori si perdono, e la famiglia inizia a mettere in dubbio la “promessa” di liberazione del Mesina. L’angoscia è così lacerante che Cristina, moglie di M.B., viene ricoverata per un collasso a seguito della mancata liberazione di M.B.

Ma l’8 marzo del ’77 è il giorno della svolta. A Gozzano viene fermato Domenico Tartaglia, ex detenuto e affiliato del clan Mesina: con lui ha oltre 30 milioni in banconote “segnate”, un indizio che dà una netta svolta alle indagini. Gli inquirenti non hanno dubbi, si tratta proprio delle banconote consegnate nei giorni precedenti per il pagamento del riscatto di M.B.

Il cerchio intorno alla banda si stringe, e i carabinieri riescono ad individuare altri partecipanti al sequestro. Tuttavia, si continua a passare al setaccio ogni casolare, anfratto e radura boscosa, anche con i cavi da fiuto, perché ogni minuto può essere vitale per M.B. Infine, un altro colpo andato a segno: il 16 marzo 1977, Graziano Mesina viene arrestato a Caldonazzo, in provincia di Trento, durante una perquisizione in un appartamento. M.B., dopo oltre 4 mesi di prigionia, viene finalmente liberato il 6 aprile.

Successivamente, sarà proprio l’imprenditore rapito ad aiutare gli inquirenti a rintracciare il covo della banda, ma non per qualche dettagliato indizio visivo. Il rapito, tutte le sere, udiva il suono delle campane di una chiesa che ogni sera suonava l’Ave Maria di Schubert. Un particolare che riesce a smascherare la base dei malviventi: non un fortino né un bunker, ma la capanna di un pastore nelle vicinanze di San Vittore di Cingoli.

A due anni di distanza dalla liberazione, nel 1979, viene celebrato ad Ancona il processo di appello, che fu molto duro per gli accusati. Il giudice commina ben 60 anni complessivi di carcere, 20 in più rispetto al primo grado. Al termine di una serie di evasioni e latitanze, Mesina si trova oggi recluso nel carcere milanese di Opera, dove deve scontare una condanna a 30 anni per associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga.

M.B. è poi tornato ad abitare in quella villa, protagonista di tanti anni felici ma, dopo la morte dei coniugi, è rimasta abbandonata al suo destino. Un parco enorme con vasche, fontane, statue e un’enorme piscina, è solo un assaggio dello sfarzo degli interni. Un edificio distaccato, con le fattezze di un piccolo fortino merlato, ospitava la cappella di famiglia e altri ambienti di servizio.

Il buon gusto dei proprietari si riflette anche nei particolari secondari: nei corrimano in ferro battuto con intagliati dei dragoni, nelle tappezzerie in raso damascato e negli abiti signorili ancora appesi nelle loro stampelle. Dovevano essere grandi estimatori dell’arte e della cultura, considerando i tantissimi libri, quadri e opere d’arte sopravvissuti. Amavano viaggiare molto, anche all’estero e, davanti al caminetto, si riunivano per ascoltare musica classica e prendere il the nelle porcellane dipinte a mano.

Eppure, qualcuno, in tempi recenti, deve essere tornato ad abitarla per trovare riparo dal freddo della passata stagione. Ci sono infatti un paio di bivacchi con coperte invernali, resti di cibo e felpe e vestiti che contrastano con quelli del suo storico proprietario.

Pur essendo una costruzione di una certa importanza storica, e di una bellezza invidiabile, continua a svuotarsi di mese in mese, presa d’assalto da rigattieri, senzatetto e urbex che non si limitano a prendere solo emozioni.

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