Nella fabbrica di Calimero

 

L’obiettivo di questa scampagnata è l’ennesimo relitto dell’Italia del boom economico: la Mira Lanza di Mesa di Pontinia, inaugurata nel 1966 sfruttando le agevolazioni della Cassa del Mezzogiorno.

Il marchio, tra gli anni ’60 e ’70, arrivò a detenere la leadership della produzione di detersivi, dando lavoro, solo in questo stabilimento, a ben 130 operai. Storici sono i personaggi che pubblicizzavano i prodotti Mira Lanza su Carosello, fra questi Calimero e l’olandesina con Corrado come testimonial.

Tuttavia la sua attività produttiva ha vita breve; nel novembre 1988 la Mira Lanza viene ceduta all’azienda olandese Benckiser, che riorganizza tutte le strutture della società privilegiando l’impianto principale (quello di Mira) chiudendo gli stabilimenti minori, tra cui quello di Roma e di Mesa, che già da tempo navigava in cattive acque per la mancanza di investimenti.

Da allora versa in uno stato di abbandono, nonostante il gruppo Reckitt-Benckiser, proprietario della struttura, abbia invano avanzato nel passato diverse proposte di riconversione del sito. Dapprima si è parlato di un centro commerciale, poi di un borgo polifunzionale e addirittura di un polo universitario. E come spesso accade in questi casi alle tante parole non c’è mai stato un nulla di fatto. Di concreto, soltanto gli interventi di smantellamento dell’amianto e la messa in sicurezza.

Il complesso è enorme ed occorrono diverse ore per girarlo interamente. Questi spazi immensi sono accentuati da ambienti spogli spesso privi di soffitto, che tuttavia hanno un certo fascino fotografico per via delle loro strutture geometriche e dei coloratissimi murales che ne spezzano la monotonia. In questo susseguirsi di stanze vuote e fatiscenti, emergono sporadiche tracce del passato: un calendario fermo al 1983, le norme per la riparazione delle macchine, qualche confezione di detersivo sparsa nei reparti di produzione. Reperti di archeologia industriale.

Salire ai piani superiori non è cosa da prendere alla leggera, anche perché molti pavimenti iniziano ad essere cedevoli, ma siamo stati ampiamente ripagati da una sorprendente vista sulla campagna pontina. Destabilizza un po’ trovare in una campagna così viva e ricca di colori, questo scheletro di cemento grigio abbandonato al suo destino: l’antitesi non potrebbe essere più stridente.
Non siamo riusciti nel nostro desiderio di scalare la torre piezometrica: l’accesso era precluso da una cancellata in ferro rigorosamente chiusa con lucchetto.

Adiacenti alla fabbrica sono presenti due enormi stabili, un tempo adibiti a casa per gli operai, ma attualmente abitati da famiglie di contadini impegnate in zona.

 

 

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Fotografa professionista, esploratrice incallita e amante della storia e delle storie che anche il rudere più anonimo può raccontare. Profilo Facebook : LINK

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