Rabatana, la casba mediorientale nel cuore della Lucania

Difficile rispettare un itinerario programmato in Basilicata. Lungo le interminabili strade intervallate da calanchi lunari e paesaggi aridi è facile perdersi, conquistati da uno scorcio o una sensazione inaspettata.

Basta allontanarsi di pochi km da un centro abitato, o prendere un percorso mai battuto, che gli echi di antiche civiltà fanno capolino, a riaffermare una presenza stanca ma fiera.

È il caso di Tursi, o meglio di un suo quartiere, per il quale avevo preventivato una sosta passeggera. Ma è stato facile, per il piccolo agglomerato di case della Rabatana, ribaltare le mie aspettative.

Questo piccolo centro del V secolo si erge su una rocca argillosa, a strapiombo sui solchi dei calanchi materani: sottilissime creste a lama di coltello che si estendono fino alle aride pietraie del Sinni, in susseguirsi di vette e precipizi, reso ancora più marcato dal tagliente sole estivo.

Un paesaggio spoglio e riarso, che però si sposa bene con l’impronta mediorientale di Tursi, un borgo che sembra dislocato nel tempo e nello spazio. Il retaggio arabo sopravvive tutt’oggi nella toponomastica: termini come Rabatana, Rabata o Ravata, richiamano etimologicamente il termine ribat, che in arabo significa luogo di sosta o anche posto fortificato.

Tursi visse un periodo florido sotto i Saraceni, che nell’850 occuparono la zona, lasciando profonde tracce nell’architettura e nel dialetto locale. La Rabatana, per l’ottima posizione di difesa, continuò a ingrandirsi anche sotto il dominio bizantino che nell’890 scacciarono i Saraceni.

Di quella civiltà primordiale ne restano le orme nelle antiche abitazioni, piccole e spesso diroccate, dove l’intonaco consumato ne svela l’essenza più intima. L’intrico edilizio che ancora caratterizza questo quartiere era dominato dalla presenza del castello, di cui attualmente restano poche tracce.

Il suo volto era ben diverso nell’Ottocento rispetto aggi. Centro popolato e importante, Tursi era un vivace polo culturale, custode di tradizioni. Fu la musa ispiratrice di Albino Felice Pierro, nativo di questa zona, che cantò la Rabatana nelle sue poesie dialettali, rendendola celebre al di là dei confini lucani.

“Poveri cristiani! / Ci dormivano con gli asini e coi maialetti / in quelle case nere come le tane; / e anche ora li chiamano “beduini” / perché sono violenti e fanno a pugni / a sassate e a lame di coltello.”

Così Albino Pierro, più volte candidato al premio Nobel, ricorda le povere casupole del suo paese natale, spesso al piano terra e composte da un solo vano, dove gli inquilini convivevano con gli animali.

Il susseguirsi dei terremoti, in particolare quello dell’Irpinia del 1980, che anche in queste zone si è fatto particolarmente sentire, e il crescente dissesto idrogeologico dovuto alle sue caratteristiche morfologiche, hanno portato la popolazione ad abbandonare gradualmente la Rabatana. Pochissimi gli edifici in fase di recupero, anche se la presenza di un albergo-ristorante fa sperare in un futuro diverso.

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