L’ex mattatoio di Testaccio

 

Non tutti sanno che l’area di Testaccio è stata, per quasi un secolo, uno dei principali poli industriali della città. Molte strutture, ormai riconvertite, presentano ancora le tracce del loro passato produttivo.

Una di queste, è l’enorme complesso che si trova alle pendici del Monte dei cocci. Un’area di circa 25.000 mq, che oggi ospita la seconda sede Museo di arte contemporanea di Roma (il MACRO), oltre ad alcune aule della Facoltà di Architettura, alla Città dell’Altra Economia ed infine ad un centro sociale.

Qui, nel 1888, l’architetto Gioacchino Ersoch fu incaricato di progettare la seconda area di mattazione della capitale. Doveva essere un impianto innovativo, realizzato per far fronte ai cambiamenti nell’assetto urbanistico della città e alle nuove norme igieniche riguardanti gli edifici di mattazione. Fu così che a Testaccio nacque un enorme mattatoio adibito alla macellazione ed alla distribuzione delle carni destinata alla capitale.

Questo mattatoio funzionò fino al 1975, quando venne inaugurato quello nuovo localizzato in viale Palmiro Togliatti, sulla via Prenestina. Da allora la struttura ha subito una serie di ristrutturazioni ed interventi nelle sue diverse parti, senza però che sia stato mai approvato un piano generale che permettesse di dare una sistemazione a questo spettacolare colosso di archeologia industriale.

L’impianto del Mattatoio e del Mercato del bestiame era composto da: macello per il bestiame degli israeliti; macello dei capretti; pelanda o macello dei suini; tripperia; stalle di sosta del bestiame domito e rimessini per l’indomito; locale per la distruzione delle carni infette; locale per il controllo del peso del bestiame; locale dei bagni calorico-animali ed un piccolo ufficio sanitario dove ora c’è la portineria dell’ingresso principale.

Proprio a fianco di quest’ultimo, su via Benjamin Franklin, troviamo l’edificio con gli antichi frigoriferi, realizzato nel 1912 per far fronte alla crescente richiesta di carne. Tre piani di un palazzone ormai fatiscente, che si era anche pensato di convertire in residenze universitarie per gli studenti. In parte murato, è del tutto inaccessibile e, da quel poco che riusciamo a scorgere, ospita una flora da fare invidia alla pineta di Castelfusano.

Sia il Mercato che il Mattatoio comprendevano gli uffici per la Direzione mentre, nell’area del Mercato, vi era una trattoria, un ufficio contratti, la posta, il telegrafo, i locali per le guardie di sorveglianza e quelle daziarie.

Sono ancora riconoscibili i caratteri di un’edilizia industriale della seconda metà dell’Ottocento, con capannoni a pianta regolare ripetuti in serie, tecnologia mista in laterizi pietra e ferro, tetti a due falde, organizzazione razionale degli spazi e degli edifici in funzione dell’attività di macellazione secondo i criteri igienici allora innovativi.

Sono molti i padiglioni recuperati, ma molti altri attendono una ristrutturazione nel più completo degrado. E’ il caso dell’ala est del complesso, occupata dai rimessini di sosta del bestiame indomito, realizzati con colonne e barriere di legname, mangiatoie e abbeveratoi in muratura, ostaggio dei vandali e delle occupazioni abusive.

 

 

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Fotografa professionista, esploratrice incallita e amante della storia e delle storie che anche il rudere più anonimo può raccontare. Profilo Facebook : LINK

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