Il monastero dell’Ultima Cena

 

Una vecchia foto sgranata di un antico refettorio affrescato di blu, è tutto quello che abbiamo per rintracciare questo monastero francescano. Localizzarlo, col fido Google Maps e le giuste parole chiave, è più facile del previsto, ma accedervi richiede una preparazione ai livelli di Arsenio Lupin.

Il monastero è infatti inserito all’interno di un complesso parzialmente recuperato e adibito a casa di cura: per raggiungerlo bisogna entrare dall’ingresso principale e aggirare gli appartamenti degli ospiti, sperando di non essere visti, oltrepassare il cancelletto di un giardino e attraversare strisciando il parco-selva, cercando di mimetizzarsi tra i rovi. Ma i rischi del mestiere non finiscono qui. Il convento è infatti in condizioni strutturali così pessime da far scappare anche i pompieri. Tutto è estremamente precario e ad ogni nostro passo il suolo trema sotto i piedi. Gli enormi finestroni ricoperti di edera lungo i corridoi, lasciano entrare solo qualche debole spiraglio di luce, ma nei sotterranei e nei locali interni bisogna munirsi di torce ed intuito.

Sulle scrivanie sembra che il tempo si sia fermato agli anni Sessanta: tra carte da gioco e pedine degli scacchi, fanno capolino cartoline di Roma del periodo della Dolce Vita e una musicassetta dei Beatles. Un sobrio salottino open space fa da anticamera al pezzo forte del monastero: il bellissimo refettorio blu dalla volta a botte con costoloni dorati. Ancora ci sono le panche ed i tavoli, ma gli affreschi sono ormai irrimediabilmente compromessi, corrosi dal trascorrere dei secoli e dall’umidità, tanto che la lunetta con l’Ultima Cena è appena riconoscibile.

Ai piani superiori, dove c’era il dormitorio dei frati, la questione si complica. Cerchiamo di muoverci lungo il perimetro delle stanze per limitare i pericoli, ma bisogna districarsi tra le travi marce e le tegole dei tetti crollati al suolo. Molte stanze sono poi inaccessibili perché ridotte a cumuli di macerie. Tra queste, una piccola cappella di cui sopravvivono l’altare ed il tabernacolo.

E’ impossibile scorgere il pozzo in pietra del cortile interno: le vegetazione sta prendendo piede come un’inquilina invadente, riappropriandosi dei suoi spazi.

Con una grande amarezza si conclude la visita a questo pezzo di storia dimenticata, con un ultimo sguardo alla sua imponenza, agli interminabili corridoi vuoti e ai suoi tesori ormai coperti di sterpaglie e calcinacci.

 

 

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Fotografa professionista, esploratrice incallita e amante della storia e delle storie che anche il rudere più anonimo può raccontare. Profilo Facebook : LINK

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