Il castello delle due teste

 

L’esplorazione con il traghetto non è facile da aggiungere ad un curriculum urbex, specie quando si tratta di raggiungere un castello abbandonato su un’isola semideserta di soli 18 abitanti.

La storia di questo castello ha origine nel XIV secolo ed è strettamente legata alla predicazione di San Francesco sull’isola. Fu qui che, nel 1328, i Frati Minori Osservanti Francescani eressero un convento con chiesa annessa, tuttora esistente. Alcuni affreschi quattrocenteschi andarono persi nel 1816, quando il campanile crollò definitivamente sulla chiesa. Prima di abbandonarlo, nel 1860 i frati cedettero il complesso ad un senatore del Regno d’Italia che, insieme alla moglie, intendeva trasformarlo nel “suo” castello di incantato in stile noegotico prendendo ispirazione dal castello Miramare di Trieste. Sul finire dell’800 il castello venne ampliato includendo il convento, la chiesa di S. Francesco e la torre medievale. Vennero realizzati anche dei collegamenti tra il castello e la terraferma, per incentivare le visite private, con la costruzione di moli di attracco per i traghetti. Molti nobili umbri, toscani e romani, infatti, erano attirati da questo edificio sulla riva del lago, con un grande parco e giardino rigogliosi: la stessa Elena di Savoia visitò il castello e vi pernottò. Qui, durante la Seconda Guerra Mondiale, trovò riparo un gruppo di ebrei italiani dallo sterminio nazista.

Le sale del castello erano riccamente arredate: collezioni d’arte, anche esotiche, esposte ovunque, la galleria con i ritratti degli antenati e delle armature (soprattutto giapponesi), il salone delle feste con lampadari di Murano, il grande biliardo usato dai signori. Nel corso degli anni ’70 il mobilio e le decorazioni saranno trasferite in altre residenze di famiglia, con il progressivo abbandono del castello. Nel 2005, la società che l’aveva acquistato, iniziò alcuni lavori di restauro, portati avanti a rilento e con fatica fino al 2010, quando verrà dichiarata la bancarotta ed i lavori saranno interrotti. Ad oggi i ponteggi, le impalcature ed il materiale da lavoro sono ancora lì. Nel 2014 il castello è stato proposto all’asta l’ultima volta ma questa è andata deserta. Il prezzo richiesto era di 7.6 milioni di Euro.

Già dal traghetto, il profilo merlato del castello immerso nella leggera foschia, con la sua torre diroccata e l’enorme parco ormai in uno stato selvaggio, sembra uno scenario uscito dal pennello di David Friedrich. Con quasi 6.500 metri quadri per un totale di 76 stanze, il castello richiede quasi mezza giornata per l’esplorazione. Non meno impegnativo è l’accesso e, una volta oltrepassate le possenti mura in pietra, bisogna anche orientarsi nell’immenso parco. Ad indicarci che siamo sulla buona strada sono i fabbricati disseminati lungo il percorso, ormai ridotti a ruderi, che venivano utilizzati come strutture di servizio. Mai però ci saremmo aspettati di trovare, sotto le fronde degli alberi, una barca in legno con tanto di elica, probabilmente utilizzata per accedere al castello tramite i due pontili andati perduti.

L’ingresso principale dà su un cortile interno invaso dai rovi, il più piccolo dei tre cortili su cui si articolano i tre piani del castello. Le condizioni degli interni non sono proprio rassicuranti: oltre a destreggiarsi tra le impalcature, bisogna fare attenzione alle zone in cui l’umidità ha causato i primi cedimenti strutturali, oltre a tutti i rischi derivanti dalla mancata messa in sicurezza. Alcune scale sono state danneggiate dal crollo delle volte e in alcuni locali è impossibile accedere a causa della mancanza della pavimentazione. Le stanze con i saloni sono quelle più belle, ma anche quelle che versano in condizioni peggiori. Si passa attraverso cinque piccoli salotti, caratterizzati da volte a botte ed intonaco rosso pompeiano. Nel buio più completo riescono a distinguersi i coloratissimi affreschi con gli stemmi di famiglia e le iscrizioni in latino, le cornici a motivi geometrici e floreali, le decorazioni in stucco dei portali, dei capitelli e delle lesene, fino all’ultimo, magnifico salone, adibito a sala da pranzo.

Una volta abbandonati i saloni, si accede al secondo cortile, dove un tempo si trovava lo scalone d’onore con le armature e gli stemmi di famiglia. Oggi, a ricordare lo sfarzo di quegli ambienti, ci sono gli stucchi e le decorazioni conservati in un armadio sotto il porticato, catalogati ed ordinati per essere restaurati. Orientarsi in questi spazi enormi e labirintici, oltretutto bui, e pieni di passaggi segreti è un’impresa degna di Indiana Jones.

Si va avanti per tentativi ed intuizioni alla ricerca della chiesa di San Francesco, quando ci imbattiamo casualmente nel teatro, riconoscibile soltanto da alcuni strumenti musicali addossati alle pareti, tra cui il pianoforte. Le tappezzerie damascate alle pareti sono logore, i rovi del cortile adiacente si stanno aprendo un varco attraverso le porte, mentre le puntellature in legno che danno sulla loggia sono talmente marce da poterci crollare in testa da un momento all’altro. Al centro della sala sono accatastate le panche e gli stipiti rimossi dalla chiesa per poter essere restaurati. Non siamo molto lontani dalla nostra meta.

Dopo quasi un’ora di ricerca senza sosta, riusciamo a localizzare la chiesa francescana. Entriamo dal lato del presbiterio, dietro l’altare e, per quanto i nostri occhi si siano abituati al buio, riusciamo a malapena a distinguere le sedute in legno del clero. Una volta accese le torce, ci troviamo sotto una volta stellata con la raffigurazione di Dio attorniato dai santi. I colori sono ancora vividissimi sebbene in alcuni punti abbiano iniziato a far intravedere la muratura sottostante. Neppure la chiesa è passata indenne ai tentativi di restauro. Eppure, il suo fascino, diverso da quello delle chiese che si è soliti vedere sui siti di urbex, intonse e abbellite come se fosse un set, sta proprio nella puntellatura metallica allestita per i restauri, che occupa l’interna navata fino alla volta. Una fitta griglia lungo la quale sono disposti gli altari minori, gli affreschi e le nicchie dove trovavano posto le statue dei santi. Un dedalo di impalcature che si interrompe solo all’altezza dell’altare maggiore, dove c’è il colpo di scena.

Scrutando in un’apertura ai piedi dell’altare ci accorgiamo di non essere proprio soli: due crani ed un mucchietto di ossa osservano gli incauti visitatori da chissà quanti secoli. Potrebbe trattarsi della cripta dove i francescani seppellivano i confratelli, com’era usanza all’epoca, ma non abbiamo troppi indizi. Nel tabernacolo nessun sacro Graal, ma solo il nido dei piccioni che hanno colonizzato la chiesa.

Pur avendo perduto qualsiasi intonaco ed elemento d’arredo, i piani superiori lasciano a bocca aperta per gli scorci che si aprono attraverso le bifore gotiche, dove la vista spazia sul lago fino alle coste. La stanza più suggestiva del castello è anche quella più spoglia: al centro di questa sala, affacciata su uno splendido balcone panoramico, una sedia a dondolo consumata dalle muffe. Percorrendo le scale esterne si risale fino alla terrazza panoramica, dove la vegetazione ha iniziato a prendere il sopravvento sul materiale da lavoro e le impalcature ancora cingono le sei torrette merlate.

Salutare questo posto non è facile; è un luogo di una bellezza decadente, condannato ad una fine ingloriosa dall’indifferenza dell’uomo.

 

 

 

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Fotografa professionista, esploratrice incallita e amante della storia e delle storie che anche il rudere più anonimo può raccontare. Profilo Facebook : LINK

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