L’ex fabbrica di esplosivi in rovina

 

Una fabbrica abbandonata dalla storia quasi secolare, ma piuttosto confusa e complessa da ricostruire con le poche fonti a disposizione.

Tutto avrebbe avuto origine all’inizio del XIX secolo, precisamente nel 1912 con la fondazione della Bombrini Parodi Delfino, industria privata dedita alla produzione di polveri da sparo, la cui apertura fu fortemente favorita dal governo italiano che si preparava all’imminente entrata del Paese in guerra. Fabbrica fortemente all’avanguardia e gestita con una filosofia imprenditoriale attenta ai progressi scientifici e tecnologici, era dotata di macchine ancora non esistenti in Italia e di un capitale strumentale sofisticato. Ciò non gli permise di evitare la tragedia il 29 gennaio del 1938: questa data è riconducibile alla grave esplosione del reparto tritolo che causò 60 morti e 1500 feriti, con grande risalto della notizia sui giornali nazionali ed esteri. Pochi anni dopo, nel 1943, i bombardamenti alleati distruggeranno parte degli impianti e lo stesso villaggio operaio sito a Colleferro, dotato dei servizi primari necessari alle famiglie degli operai impiegati nella grande fabbrica.

E’ all’incirca in questo periodo che si inserì l’apertura del nuovo stabilimento di Castellaccio, col quale cominciò l’avventura nella chimica e del tessile: vennero avviati nuovi impianti di fertilizzanti e prodotti chimici per l’industria e l’agricoltura e strutture per la produzione di cementi e leganti idraulici. Nel 1968 perse del tutto la propria identità con  il passaggio alla SNIA nel 1968, che vide una parziale riconversione alla produzione di fibre tessili sintetiche (il delfion), di biancheria e di prodotti chimici come saponi, fertilizzanti ed erbicidi.

Tutta la zona, nei secondi anni ’90, subì un processo di progressivo abbandono ed ora gli scheletri delle fabbriche preesistenti disegnano uno skyline desolante.

La sua complessa storia si riflette anche a livello architettonico: le strutture storiche si alternano ad impianti seminuovi che, visti da fuori, potrebbero sembrare ancora attivi. In entrambi i casi resta ben poco del loro passato produttivo: qualche bombola d’ossigeno, attrezzi arrugginiti, norme di sicurezza e tanto degrado.

I pochi locali che ancora ospitano i macchinari sono bloccati dall’interno, o chiusi con massicci lucchetti, per cui dobbiamo limitarci a spiare dai vetri rotti e a girovagare per gli esterni, molto stimolanti fotograficamente per il ripetersi di geometrie e simmetrie e per i giochi di luci ed ombre.

L’area è piuttosto estesa ma la sensazione di non essere sole ci fa concludere l’esplorazione in anticipo.

L’incursione sembra essere finita qui, se non fosse che l’astinenza da caffeina inizia ad avere la meglio sulle nostre capacità decisionali. E’ così che, attirate dall’insegna di un bar, ci avviamo verso il lato opposto della strada, dove ci aspetta uno scenario degno di un set cinematografico. Probabilmente ispirato ad un qualsiasi film di Fulci. E’ proprio in questo angoletto di terra dimenticato dalla civiltà che tra strade deserte, palazzine semivuote in rovina e stabilimenti fantasma, ci aspettiamo un ritorno dei morti viventi in grande stile. Lo stesso bar, che ci aveva ingannato con false speranze, è abbandonato. Ma è la carenza di caffeina a turbarci più di qualsiasi presenza sconosciuta. Tramite successive ricerche veniamo a sapere che, il complesso di palazzine in cui si trova il bar, non è altro che parte degli stabilimenti degli operai dell’ex Snia, acquistati (e parzialmente ristrutturati) nel 2003 da un imprenditore calabrese ad un’asta fallimentare. I lavori sembrano essersi interrotti nel pieno dell’attività: vernici e strumenti da lavoro sono ancora in bella vista come se il cantiere dovesse riprendere da un momento all’altro.

 

 

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Fotografa professionista, esploratrice incallita e amante della storia e delle storie che anche il rudere più anonimo può raccontare. Profilo Facebook : LINK

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