L’ex elettrochimico delle Marmore

 

Nel bel mezzo della Valnerina, in una zona dal grande fascino naturalistico, c’è un’area che rispecchia a pieno la vocazione industriale di Terni, città che ha saputo fare dello sfruttamento delle risorse del territorio un suo punto di forza.

A pochi minuti di distanza dalla cascata delle Marmore, nella splendida cornice naturalistica del Parco Fluviale del Nera, giace l’enorme stabilimento industriale di Papigno.

Avviato nel 1901, fu il principale impianto della Società Italiana del Carburo di Calcio Acetilene e Altri Gas, che fu costituita a Roma il 2 maggio 1896 e che concentrò in questo impianto la produzione di carburo. La produzione del carburo di calcio, sostanza chimica principalmente impiegata nel campo dell’illuminazione a mezzo di gas acetilene, era favorita da due aspetti: la disponibilità di energia elettrica derivata dai fiumi Nera e Velino e il calcare estratto dal monte S. Angelo, immediatamente adiacente ai suoi edifici.
Il polo elettrochimico includeva una centrale idroelettrica che operava a servizio dei forni elettrici per la produzione del carburo di calcio e alimentava anche parte della rete elettrica di Roma. Le prese d’acqua erano poste sulle rive destra e sinistra del Velino, in prossimità delle Cascate delle Marmore, da cui partiva una condotta forzata di 250 metri che alimentava le turbine. Nel 1912 fu realizzata una nuova centrale più in basso, che utilizzava anche le acque del Nera, con questo ampliamento e con il passaggio alla Società Terni, si passa da una produzione di 10.000 kw a una di 61.000 kw.
Negli anni successivi si aggiunse la produzione della calciocianamide, un prodotto fertilizzante utilizzato in agricoltura e derivato dal carburo. La grande domanda di carburo ed il conseguente affermarsi di stabilimenti concorrenti più competitivi, portarono quello di Papigno ad una seria crisi. Il peggioramento della situazione portò, nel 1922, la SICCAG a lasciarsi assorbire dalla SAFFAT.
Negli anni ’40, con l’inizio delle operazioni belliche e l’entrata in guerra dell’Italia, le difficoltà di rifornimento di carbone portarono ad un drastico ridimensionamento della produzione, che fu definitivamente sospesa nel 1944. I bombardamenti e le incursioni operate dalle truppe tedesche in ritarata le diedero il colpo di grazia.

Nel dopoguerra furono attuati dei tentativi di ripresa, che però si scontrarono con una crescente crisi del mercato del carburo e della cianamide. Negli anni ’60 venne addirittura ristrutturata ma l’espropriazione del settore elettrico a seguito della legge sulla nazionalizzazione dell’energia elettrica (6 dicembre 1962) inferse un altro colpo decisivo. Infatti nel 1964 lo stabilimento fu soccorso attraverso l’acquisizione da parte della Terni Industrie Chimiche, già del gruppo FINSIDER. Nel 1967 si ebbe il passaggio ad un altro ente, l’ENI. Nel 1973 lo Stabilimento Elettrochimico chiuse i battenti. Fino a metà anni ottanta rimase in funzione il reparto per la produzione di ossigeno ed idrogeno gestito dalla Terni Siderurgica ad uso del fabbisogno interno della stessa.

Oggi questo enorme stabilimento, che copre una superficie complessiva di 105.450 mq, è di proprietà del Comune di Terni e in parte dell’Enel. Recentemente il Comune ha ristrutturato la palazzina che era adibita ad uffici e tre capannoni per varie iniziative culturali e non, e ha aperto una parte della fabbrica ad associazioni sportive.

Degli impianti elettrochimici restano la ciminiera, la sala macchine, i capannoni, i tunnel degli alimentatori a 6.000 volts, abbandonati a se stessi, logorati dal tempo e dalle intemperie e divenuti una “bomba ecologica”.

 

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